I SETTE PIANI DINO BUZZATI PDF

I mobili erano chiari e lindi come la tappezzeria, le poltrone erano di legno, i cuscini rivestiti di policrome stoffe. Tutto era tranquillo, ospitale e rassicurante. Giuseppe Corte non desiderava nulla ma si mise volentieri a discorrere con la giovane, chiedendo informazioni sulla casa di cura. Il sesto era destinato ai malati non gravi ma neppure da trascurare.

Author:Mikagul Moogutilar
Country:Paraguay
Language:English (Spanish)
Genre:Life
Published (Last):22 November 2006
Pages:287
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ISBN:650-6-88776-393-5
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I mobili erano chiari e lindi come la tappezzeria, le poltrone erano di legno, i cuscini rivestiti di policrome stoffe. Tutto era tranquillo, ospitale e rassicurante. Il sesto era destinato ai malati non gravi ma neppure da trascurare. Al secondo erano i malati gravissimi. Al primo, quelli per cui era inutile sperare. Ne derivava che gli ammalati erano divisi in sette progressive caste. La maggioranza erano ermeticamente sprangate dalle grigie persiane scorrevoli.

Il Corte si accorse che a una finestra di fianco alla sua stava affacciato un uomo. I due si guardarono a lungo con crescente simpatia, ma non sapevano come rompere il silenzio. Non vede, del resto, che negli altri piani tutte le imposte sono aperte? Io ritorno in letto. Giuseppe Corte se ne stette ancora immobile alla finestra fissando le persiane abbassate del primo piano. Ad una ad una le mille finestre del sanatorio si illuminavano, da lontano si sarebbe potuto pensare a un palazzo in festa.

La febbre infatti non accennava a scomparire, nonostante le condizioni generali si mantenessero buone. Invece il sanitario gli rivolse parole cordiali e incoraggianti. E dove pensava di dover andare? Al quarto forse? Giuseppe Corte infatti rimase nella stanza che gli era stata assegnata originariamente.

Gli altri lo ascoltavano senza interesse e annuivano con scarsa convinzione. Anche questi ammetteva che Giuseppe Corte poteva benissimo essere assegnato al settimo piano; la sua forma era as-so-lu-ta-men-te leg-ge-ra e scandiva tale definizione per darle importanza — ma in fondo riteneva che al sesto piano Giuseppe Corte forse potesse essere meglio curato. Un giorno gli fu riferito che il direttore generale della casa di cura, dopo essersi lungamente consultato con i suoi collaboratori, aveva deciso un mutamento nella suddivisione dei malati.

Ammise ancora una volta che Giuseppe Corte sarebbe stato al suo giusto posto se lo avessero messo al settimo piano, ma aggiunse di avere sul suo caso un concetto leggermente diverso, se pure personalissimo.

Il dottore infine consigliava il Corte a non inquietarsi, a subire senza proteste il trasferimento; quello che contava era la malattia, non il posto in cui veniva collocato un malato. La camera era altrettanto comoda ed elegante. Giuseppe Corte, in preda alla febbre serale, ascoltava ascoltava le meticolose giustificazioni con una progressiva stanchezza. Il suo male sembrava stazionario.

Ci sarebbe voluta, per eliminarlo in pochi giorni, una intensa cura di raggi digamma. Dovessi crepare, al quarto non ci vado! Giuseppe Corte non riusciva a trovare requie e continuava a rivoltarsi nel letto. Gli altri ammalati del reparto erano decisamente in condizioni molto serie e non potevano lasciare neppure per un minuto il letto. Egli invece poteva prendersi il lusso di raggiungere a piedi, dalla sua stanza, la sala dei raggi, fra i complimenti e la meraviglia delle stesse infermiere.

Un ammalato che in fondo aveva diritto al settimo piano veniva a trovarsi al quarto. Non avrebbe assolutamente ammesso alcuna nuova scusa. Lui, che sarebbe potuto trovarsi legittimamente ancora al settimo.

Sempre esagerati voi ammalati. Egli cercava di persuadersi di appartenere ancora al consorzio degli uomini sani, di essere ancora legato al mondo degli affari, di interessarsi veramente dei fatti pubblici.

Cercava, senza riuscirvi. Invariabilmente il discorso finiva sempre per cadere sulla malattia. Ogni giorno Giuseppe Corte ne parlava lungamente col medico e si sforzava in questi colloqui di mostrarsi forte, anzi ironico, senza mai riuscirvi. Non sta bene, non sta bene, soprattutto per un malato! Mi farei mettere addirittura al…. Ma al terzo o anche al secondo di certo. Poi vede? Per quindici giorni, il terzo piano si chiude e il personale se ne va a spasso. Tutto questo naturalmente contribuiva a scoraggiarlo.

Dopo sette giorni, un pomeriggio verso le due, entrarono improvvisamente il capo-infermiere e tre infermieri, che spingevano un lettuccio a rotelle. Non tornano fra sette giorni quelli del terzo piano? Il terrore, la rabbia infernale di Giuseppe Corte esplosero allora in lunghe irose grida che si ripercossero per tutto il reparto. Ma ci voleva altro per calmarlo. Finalmente accorse il medico che dirigeva il reparto, una persona gentilissima e molto educata. Sono assolutamente desolato, ma i suoi ordini non possono essere trasgrediti.

Non capisco come possa essere accaduto! I suoi singhiozzi risuonavano lenti e disperati per la stanza. La situazione era talmente grottesca che in certi istanti Giuseppe Corte sentiva quasi la voglia di sghignazzare senza ritegno. Sei piani, sei terribili muraglie, sia pure per un errore formale, sovrastavano adesso Giuseppe Corte con implacabile peso. Era pur sempre pomeriggio pieno. Erano le tre e mezzo.

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Dino Buzzati

I mobili erano chiari e lindi come la tappezzeria, le poltrone erano di legno, i cuscini rivestiti di policrome stoffe. Tutto era tranquillo, ospitale e rassicurante. Il sesto era destinato ai malati non gravi ma neppure da trascurare. Al secondo erano i malati gravissimi. Al primo, quelli per cui era inutile sperare. Ne derivava che gli ammalati erano divisi in sette progressive caste.

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